Il Non Conformista (sezione note personali)

Il Non Conformista

La morte di una persona non sempre fa effetto nel profondo all’acquisizione della notizia, che sia una persona molto vicina e che conosciamo, o che si tratti di una persona lontana che crediamo di conoscere attraverso le sue opere.

Così é accaduto per la scomparsa di Bernardo Bertolucci. La sua morte ci ha messo un paio di giorni a farsi strada nella mia coscienza, finalmente prendendo peso nel momento in cui ho concesso a questo evento di seguire la strada a ritroso dei ricordi, ovvero delle emozioni.

Il primo dei suoi film che mi capitò di vedere fu “La Luna”, che s’incuneò nel mio petto come la lama di un coltello, cioé, in altre parole, mi piacque molto. Non ho visto tutte le sue opere, e di quelle viste alcune mi hanno rapito, altre le ho detestate, e detestate in modo tale da domandarmi se ci fosse sempre lui a impugnare la penna o la cinepresa.

Come Kubrik non era un personaggio particolarmente simpatico. Incontrai suo fratello Giuseppe, a Roma, alla fine degli anni 80, e mi parve più malleabile.

Certo entrambi da giovani dovevano cercare di tracciare la loro strada e, così facendo, immagino, affrancarsi dall’ombra di quel notevolissimo poeta che era il loro padre, Attilio. Bernardo ci riuscì in modo esplosivo. Certamente non tutto quello che usciva dalla sua creatività era così degna di allori. Recentemente mi é capitato di rivedere “Strategia del Ragno”, un film liberamente tratto da uno splendido racconto breve di Borges, che nel suo desiderio di seguire i temi del cinema di allora, a stento sopravvive alla corrosione del tempo.

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Robert De Niro e Bernardo Bertolucci

In Novecento Parte I e II cadeva spesso in un moralismo, storico e politico del genere più stucchevole, nonostante che i due film vengano nominati spesso nei suoi “coccodrilli” come grandissima opera, talora più dell’Ultimo Imperatore, che fu davvero una grandissima opera, e non solamente grandiosa. Esagerato come spesso lo fu Godard, non aveva però la sua ironia.

Era, “purtroppo” in senso cinematografico, nato in Italia, invece che in Francia, ovvero in un paese che non si é mai più riavuto dalla guerra civile iniziata dopo l’8 settembre 1943.

E Bernardo, dopo le condanne del tribunale di Bologna per lui, il cast e la produzione di “Ultimo Tango a Parigi”, dopo il sequestro del passaporto e del diritto di voto per cinque anni, incominciò, giustamente, ad incattivirsi nei confronti del suo paese. Non a caso vidi prima “Ultimo Tango a Zagarol” con Franco Franchi, che Ultimo Tango A Parigi con Marlon Brando, dissequestrato in Italia solo nel 1987.

Il regista italiano di origini greche George (Yorgo) Pan Cosmatos, durante un’intervista, ricordò che Bertolucci gli disse che se voleva fare del cinema sul serio e senza problemi, doveva andarsene negli Stati Uniti poiché quella era la vera patria del cinema. Cosmatos, che aveva già avuto a che fare con gli americani (era stato assistente alla regia di Otto Preminger per il film “Exodus”, e aveva diretto “Cassandra Crossing”), lo prese sul serio. Ma Bertolucci rimase, e non credo solo perché gli avevano rimosso il passaporto.

Io invece trasportai armi e bagagli da Roma a Los Angeles, seppur depresso e per un lungo periodo senza grandi sogni.

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Paul Bowles con la cantante Patti Smith

Tra le varie cure alla melancolia, mi capitava di andare ad ascoltare conferenze letterarie. Fu annunciata la possibile presenza a Los Angeles di Paul Bowles, lo scrittore inglese nato in Marocco, noto, tra l’altro, per il romanzo “The Sheltering Sky” (Il Té Nel Deserto).  Non essendo cosa certa – Bowles era ormai molto vecchio e non era in gran forma – decsi di andare ad un’altra conferenza  presso il Claremont College, tenuta da John Fowles, nome di pronuncia simile a Bowles, ma ispiratore, con i suoi romanzi,  di altri registi (William Wyler con “Il Collezionista” e Karel Reisz-Harold Pinter con “La Donna del Tenente Francese“).  La conferenza fu un fiasco, Fowles era mezzo ubriaco, rispondeva a casaccio alle domande della moderatrice, ridacchiava fra sé e parlava farfugliando e arrotolandosi le parole sulla lingua ben più di quanto possa richiedere la lingua inglese. Lo osservavo con tristezza, mentre la gente abbandonava delusa le panche dell’aula magna. Pensavo ai pochi fortunati che avevano optato per Bowles e suoi scenari di un Rif senza tempo. E da quelle lande nordafricane improvvisamente si aprì, in quel mio stato ipnotico, l’immagine di in un palazzo a Praga, nel dicembre dell’89, in mezzo ad una folla che attorniava un lungo tavolo dove si svolgeva una cena ufficiale con molti invitati. Il tavolo stava su un lato di un grande salone delle feste e io mi ripassavo mentalmente una scaletta di domande, non particolarmente argute, che intendevo fare, velocemente, al signore che stava al centro della tavolata, controllato da due guardie del corpo, due gemelli dalla testa bulbosa.

Il tale che intendevo intervistare si chiamava Vaclav Havel, era stato appena eletto presidente della Repubblica Cecoslovacca (Cechia e Slovacchia erano ancora attaccate)

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Vaclav Havel

con le prime libere elezioni dal 1948. Decine di persone erano in fila per stringergli la mano o salutarlo da vicino, ma io ero riuscito a farmi “raccomandare”, dicendo al suo entourage che sarei stato velocissimo, per non fargli raffreddare la minestra. D’improvviso qualcuno mi diede un pestone su un piede. Sorrideva e salutava da lontano, mentre io attendevo stupefatto che i sensori del suo piede gli trasmettessero finalmente che quello che gli stava sotto non eral il piedestallo di un tavolo. Io avevo, vicino a me, la mia fidanzata di allora, che, essendo ceca, mi faceva da traduttrice. La guardia del corpo con la testa bulbosa si rivolse a lei dicendo: “Mi dispiace, ma per voi non c’é più tempo, il signore lì vicino ha la precedenza”. Il titolare del piede pesante era Bertolucci, amico personale di Havel. Aveva mollato il set marocchino dove stava girando il Té Nel Deserto ed era venuto a Praga per abbracciare l’amico. E fu così che l’unica mia occasione di intervistare Havel come giornalista free-lance svanì. Certamente provai a fare qualche passo in avanti ma la testa a bulbo si fece molto minacciosa.

E come in un film rivedevo tale scena, quella sera a Claremont, mentre nel sottofondo Fowles ridacchiava e sputacchiava. In ogni caso, Paul Bowles non venne mai a Los Angeles, per quanto ne so, e dopo non molto morì.  Le terre del Marocco, dove non ho mai messo piede, rimangono solo nei colori e e nei grandangoli usati da Bertolucci nel suo film.

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Stefania Sandrelli e Bernardo Bertolucci sul set de “Il Conformista”

La vita é strana, la gente finisce in strani viottoli, strade stradine o stradone. Finché si presentano incroci e bivii o trivii, va tutto bene, ma mio zio, che mi fu mentore a Roma per molti anni, aveva infilato una strada senza uscita. E tale era diventata, perché ricercarne una era divenuto per lui sinonimo di resa e di disfatta. Nella solitudine della pensione, dove nessuno lo cercava più professionalmente, si era ricongiunto con la moglie e il figlio con cui si era separato decenni prima. Schiacciati da spese e debiti, decisero di trasferirsi nei Caraibi, dove le difficoltà si centuplicarono. La famiglia si divise di nuovo e mio zio finì alla Martinica praticamente senza casa. Troppo grande era stato il suo tonfo, per poter accettare la mano tesa degli amici. Personalmente, a Los Angeles, io ero angosciato e molto vicino a prendere un aereo per andare a scovarlo. Aveva passato da un po’ i settanta, era un uomo fragile e una situazione da clochard non l’avrebbe sopportata a lungo. Allora gli amici di Roma decisero di coinvolgere sempre più gente, tra cui diversi VIP nel gruppo di quelli che mio zio aveva conosciuto e frequentato in quel mondo che, peraltro, lo aveva rigettato nel giorno in cui la legge italica lo aveva spedito in pensione. Tra i tanti, uno di quelli ancora vivi si mosse. E scrisse una lettera piena di affetto – e di qualche balla riguardo a progetti futuri – affinché si decidesse a ritornare. E funzionò. Quell’ “uno” fu Bernardo Bertolucci, e di suo pugno scrisse quella lettera.

E fu così che gli perdonai il pestone sul piede e l’aver diretto scempiaggini come “Io Ballo Da Sola”.  Spero che non lo abbiano fatto soffrire, che non gli abbiano lesinato la morfina, come talora accade in questo cattolico paese dove alcuni ancora credono che il dolore avvicini a Dio, quegli stessi che che lo condannarono come pornografo in nome della morale comune, che allora era rimasta ancorata ai tempi freddi e desolati di un mondo medioevale da Nome della Rosa. Buon riposo, uomo impossibile.

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