La Telefonata

26 Aprile 2016

Questa mattina, 26 Aprile, alle cinque – questa mattina di trent’anni fa – il Segretario Generale del Partito Comunista Sovietico, Michail Gorbaciov, venne svegliato da una telefonata. Per svegliare il capo dell’esecutivo sovietico a una simile ora devono essere rogne belle grosse. Chissà cosa poteva pensare Gorbaciov in quel momento: forse siamo stati attaccati in Afghanistan, o forse quello scriteriato di Reagan ne ha combinata una delle sue. Invece la voce dall’altra parte parlava di qualcos’altro: “Compagno Segretario, pare che in uno dei reattori della centrale nucleare di Cernobyl si sia verificato un incendio. Non conosciamo ancora l’entità del danno”.  

Era ovvio che non doveva essere andato a fuoco lo spogliatoio del personale di turno. 

Non lo sapeva Gorbaciov, ma a partire da quella mattina, trent’anni fa esatti, il mondo sarebbe radicalmente cambiato. 

Non lo sapeva Gorbaciov, quella mattina in cui, intorpidito dal sonno, rispose al telefono, che i mujiaiddin afgani e l’America di Reagan, le rivendicazioni dei paesi del blocco comunista, la Tatcher, questo e quello, tutto sarebbe diventato un problema minore. Non sapeva Gorbaciov che quell’incendio avrebbe bruciato ottant’anni di impero sovietico. 

Il sistema delle centrali nucleari dell’URSS, di cui Cernobyl (il nome era Centrale Nucleare Vladimir Lenin) era l’impianto più importante, e come tutte le centrali veniva gestito direttamente da Mosca. Ma a Mosca, dopo quella telefonata, non arrivarono che brandelli di notizie per il resto della giornata, notizie probabilmente arrotondate per difetto, per paura di far arrabbiare i pezzi grossi. 

I dirigenti della Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina, nella capitale Kiev, non seppero un accidente di niente per quasi un giorno, mentre a 104 chilometri da loro stava accadendo l’inferno.  Amministratori e scienziati sovietici non capivano bene, non si rendevano conto.

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Il reattore 4. Entità della distruzione dovuta all’esplosione.

Per primi arrivarono i pompieri. Salirono sul tetto del reattore con le scale mobili, calciando via dal tetto macerie varie o prendendole con le mani e scaraventandole giù dal fabbricato semi distrutto. Delle compagnie intervenute la notte dell’esplosione, nessun membro sopravvisse per più di una settimana. Con le autopompe domarono il fuoco, senza aver idea di che fuoco si trattasse. 

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La centrale nucleare il mattino dell’esplosione

Facciamo un passo in avanti di due giorni. L’ingegner Cliff Robinson si reca di buon mattino a lavorare alla centrale nucleare di Forsmark, situata sulla costa centrale svedese, tra il mar Baltico e il Golfo di Botnia. La centrale si trova a 1600 chilometri a nord di Cernobyl, in linea d’aria. Per entrare nella centrale, il personale deve passare attraverso una cabina di controllo, un metal detector che fa anche da contatore geyger, e controlla il livello di radiazioni. Robinson entra e lo fa suonare come un’orchestra sinfonica.  Il rivelatore di radiazioni evidenzia una quantità di radioattività altissima a livello dei suoi piedi. Robinson non sa cosa pensare. Incominciano ad arrivare altri tecnici, e anche sui loro piedi viene rilevato un livello pericoloso di radioattività. Robinson riesce ad entrare e scopre che la suola delle sue scarpe ha assorbito una quantità di radioattività a dir poco pazzesca. Siccome nella centrale non sono riscontrati problemi, e così pure per le altre installazioni nucleari in territorio svedese, la prima supposizione di Robinson é che da qualche parte sia esploso un ordigno nucleare. Avverte il governo a Stoccolma, che in un momento scopre la provenienza delle radiazioni: Unione Sovietica. Viene immediatamente chiamato l’ambasciatore sovietico e il Cremlino cede. Sì, é successo un casino enorme, facciamo quello che possiamo. 

Orbene, a quel tempo, per quanto si parlasse di disastro nucleare, nessuno aveva idea di cosa veramente si volesse intendere con il termine “disastro”.  Nessuno si rendeva conto, e quasi tutti mentirono, o per paura di un panico mondiale, o per interessi, o per pregiudizio.  La nube iniziale che coprì l’Europa e giunse fino all’America e al Giappone fu solo l’inizio dell’incubo. Il reattore senza più coperture o schermature, continuò ad eruttare radiazioni di livello catastrofico finché, circa nove mesi dopo, non venne finalmente sigillato dal famoso “sarcofago”, che venne progettato con una garanzia di vent’anni. Venti, e non trenta. IMG_4038

Non che i sovietici non si fossero dati da fare, nel frattempo. Centinaia di elicotteri versarono giorno e notte, subito dopo l’incidente, prima circa 5000 tonnellate di boro, che pare sia in grado di assorbire radioisotopi, e poi tonnellate di palline e pezzi di piombo schermanti, e infine grandi colate di cemento.  Ma la radioattività continuò a fuoriuscire. Anche il più piccolo frammento di grafite (erano di grafite i contenitori che racchiudevano le barre di uranio nel nocciolo atomico del reattore) emetteva una radioattività da bomba atomica: intorno ai 130 Gray, o 130 Sievert per ora,  tenendo presente che l’esposizione a 30 Gray per un’ora uccide il 100% della popolazione esposta in un giorno o due. Si può immaginare quello che poteva venire fuori dal magma in ebollizione alla base del reattore semidistrutto, quella lava solidificata di uranio e plutonio che ancora oggi si presenta come una colata di cera di un’enorme candela, che appare spenta ma al cui interno, in quei mesi, continuava a cuocere un calderone atomico. 

Invecchiando, Gorbaciov confessò che non dai suoi esperti del dipartimento dell’energia dell’URSS fu in grado di farsi un’idea dell’entità della catastrofe, ma dagli esperti svedesi. Occorre notare che pochi secondi dopo l’esplosione un satellite americano si trovò a passare sopra Cernobyl.

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Immagine del reattore esploso scattata da un satellite americano


Trasmise delle immagini che preoccuparono l’intelligence USA. Capirono che qualcosa non andava, ma poterono fare solo ipotesi, senza avere nemmeno la più pallida idea del tipo o dell’entità del danno che si era poco prima creato. 

A giudicare dalle interviste negli anni successivi allo smembramento dell’URSS, Gorbaciov si  decise a seguire un percorso di massima trasparenza, o GLASNOST, riguardo agli affari di stato. Sicuramente aveva già in mente una trasformazione politica anche prima del disastro di Cernobyl, ma certo la spinta venne dalla cattiva gestione politica del disastro, di cui lui stesso fu in parte responsabile. Nemmeno Gorbaciov poteva riuscire a smantellare l’apparato di segretezza che circondava gli affari dell’URSS.  Così, nonostante la Glasnost, lo smembramento dell’URSS in vari stati, non sappiamo – ancora oggi – esattamente tutto quello che accadde in quei nove mesi dall’esplosione all’inserimento del cosiddetto “sarcofago”, il manto di protezione che fu installatto sopra il reattore 4.

La conta ufficiale delle persone morte rimane a 57 ancora oggi.  Diciamo che il novantotto per cento delle brigate dei vigili del fuoco del comprensorio di Cernobyl, della vicina citta di Pripyat e di quelli venuti da Kiev furono esposti a una quantità di radiazioni da esplosione di supernova. Non possono essere sopravvissuti, anche se degli strani miracoli esistono. Alle prime luci dell’alba di questo surreale 26 aprile che stiamo rivivendo, il fotografo Igor Kostin si fece portare sopra al reattore per fare delle riprese del danno e scattare delle foto. Il vetro del finestrino dell’elicottero era sporco. Per correttezza professionale lo aprì, e fu investito da un colpo d’aria che gli produsse una sensazione che quasi ottundente. Si concentrò sulle riprese, mentre avvertiva uno strano gusto metallico in bocca, e una sensazione cutanea di punture di spilli sulla faccia.

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Una delle foto scattate da Igor Kostin dall’elicottero, subito dopo l’esplosione del reattore 4. La granulosità é l’effetto delle radiazioni nell’atmosfera sulla pellicola fotografica.


Una sensazione riportata dai pompieri, dai tecnici, da piloti di elicotteri, da molti altri membri dei gruppi d’intervento che si susseguirono fino alla fine di quell’anno 1986 per arginare il disastro. Kostin tornò a Kiev per sviluppare le sue foto. Erano quasi tutte rovinate, granulari come se avesse sbagliato qualcosa nello sviluppo. Le radiazioni furono più forti della luce nell’impressionare la pellicola. Kostin é morto recentemente, in un incidente d’auto. 

Spento l’incendio da parte degli ignari pompieri, prima dell’alba del 26 aprile, ci vollero tre giorni per decidere di sgomberare la vicina città di Pripyat.

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L’arrivo dei militari a Pripyat. Le loro protezioni erano ridicolmente insufficienti contro le radiazioni.


D’improvviso arrivò l’esercito e fu ordinato per megafono ai quarantamila cittadini di prendere soldi, documenti, pochi vestiti, cibo e acqua e tenersi pronti per l’evacuazione. Per l’ora di pranzo si erano ammassati un numero impressionante di autobus. Per le due del pomeriggio una colonna di mezzi pubblici di 15 chilometri lasciava la città di Pripyat. Ai cittadini fu detto di chiudere le finestre perché la città sarebbe stata spruzzata di agenti chimici per rimuovere il manto radioattivo e che sarebbero potuti tornare dopo tre giorni. Non tornò nessuno mai. Per questo la città attira tanti turisti: l’evacuazione improvvisa ha fatto sì che ci siano tazze di caffè e giornali di quella mattina, sui tavoli di cucina, e i letti con i pigiama sparpagliati, orsetti e bambole abbandonate, con l’intenzione di andarli a riprendere e coccolare in tempi brevi. Come se la popolazione fosse improvvisamente evaporata mentre viveva una mattinata come tante, un’atmosfera da Twilight Zone (la Zona d’Ombra). Per quei tre giorni dopo l’esplosione però, non fu presa assolutamente nessuna precauzione. I video dell’arrivo dei militari, mostrarono lampeggiamenti continui sulla pellicola, per via delle radiazioni presenti nell’aria e sulle superfici.

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La città di Pripyat, a pochi chilometri dalla centrale, completamente abbandonata da trent’anni, invasa dalla vegetazione. Immagine Google Earth.

Non fu nemmeno cancellata la tradizionale parata del Primo Maggio a Kiev, con la brezza che portava isotopi di iodio-131, cesio-137, stronzio-90, tellurio e una varietà di altri radionuclidi che spruzzavano radiazioni ionizzanti, particelle alfa, beta, e le ultra-penetranti gamma.

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Gente in strada a Kiev per le celebrazioni del Primo Maggio, ignara di essere avvolta da una potentissima nube radioattiva.

Fu istituita una commissione speciale per controllare il disastro. Il nocciolo al fondo del reattore continuava a bruciare internamente erodendone la base, infiltrandosi verso il basso. La commissione si accorse che nel giro di qualche mese, il materiale radioattivo di uranio e plutonio avrebbe raggiunto la falda acquifera sottostante: “Compagno Gorbaciov, la falda acquifera é in diretta comunicazione con il fiume Pripyat, che è un affluente del fiume Dniepr, a cui fanno capo i canali di irrigazione di mezza Ucraina. Il fiume Dniepr poi sfocia nel Mar Nero, e il Mar Nero nel…Una catastrofe ecologica di proporzioni tali da rendere un’area con milioni e milioni e milioni di persone impraticabile per…insomma, calcolando l’emivita del decadimento radioattivo di certi isotopi, diciamo per sempre”.  Credo che l’allora potentissimo Gorbaciov si sentì meno di una formica.

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Uno dei depositi di mezzi usati dai liquidatori e dai servizi di emergenza, per sempre abbandonati perché contaminati dalle radiazioni in modo massiccio, tanto da essere considerati “irrecuperabili” e inavvicinabili.

Furono reclutati centinaia di minatori. L’idea era di scavare un tunnel per arrivare sotto il reattore 4, creare una grande camera dove installare un impianto refrigerante per affrettare il raffreddamento del crogiolo nucleare. Quei minatori furono costretti a lavorare giorno e notte scavando in un calore bestiale (fino a 50 gradi). Lavoravano per periodi brevi ma a ritmi frenetici. Arrivarono sotto il reattore a tempi di record e in un numero record si ammalarono per gli effetti delle radiazioni. Non fu possibile costruire l’impianto di raffreddamento. La camera sotterranea fu riempita di cemento. Là sotto, poteva bastare, per il momento. Ma sopra? Si era gettato boro, piombo e cemento e ancora le radiazioni emanate dal nocciolo interno si spargevano nell’atmosfera a livelli altissimi. Fu così ideato il sarcofago. Ma prima di poterlo costruire e cucire su quello che rimaneva del reattore, occorreva togliere tutte le macerie dai tetti vicini, dalle superfici dei muri diroccati, dall’adiacente reattore 3. Ogni pezzo di quelle macerie emetteva radiazioni enormi. Le schegge dei contenitori di grafite – che avvolgevano le barre di uranio prima dell’esplosione – erano un inferno.

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Le rimanenze dei contenitori di grafite, che furono manualmente rimosse intorno al reattore esploso.


Furono richiamati 260000 riservisti per pulire la centrale, radere al suolo villaggi limitrofi, le cascine sparse, spazzare le superfici radioattive per quanto fosse possibile. Vennero chiamati “liquidatori”. Sui tetti delle strutture intorno al reattore 4 furono dapprima usati dei piccoli bulldozer-robot. Le radiazioni ebbero il sopravvento e dopo poco si guastarono tutti. I riservisti furono mandati direttamente sui tetti e ribattezzati bio-robot. Ognuno di loro poteva lavorare non più di quarantacinque secondi per volta (ma talora arrivarono fino a 3 minuti).  Poi dovevano essere rimpiazzati. Molti morirono lo stesso. Tutti ebbero intossicazioni da radiazioni di vario livello.

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Liquidatori al lavoro. Le loro tute non potevano impedire la penetrazione dei raggi gamma.

Infine ci fu la preparazione del sarcofago. L’URSS chiese l’aiuto dell’Occidente, e l’aiuto occidentale fu coordinato dall’allora direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Hans Blix, quello stesso Hans Blix che fu costretto a saltellare da un’area all’altra dell’Iraq per conto dell’ONU in cerca delle fantomatiche Armi di Distruzione di Massa che la cricca governativa del presidente americano George Bush, e del vice-presidente Dick Cheney, considerò come la giusta causa per un attacco preventivo al paese mediorientale. Blix é tutt’ora coinvolto nello sforzo internazionale per la costruzione di una gigantesca copertura che dovrà avvolgere l’ormai fatiscente sarcofago e schermare il mostro radioattivo per sempre. 

A quel tempo, però anche l’occidente, l’AIEA, i super-tecnici nucleari occidentali minimizzarono, tacquero, rimpicciolirono. Il capo della commissione di investigazione sul disastro di Cernobyl istituita da Gorbaciov. Valery Legasov, partecipò ad innumerevoli meeting con l’AIEA, raccontando senza reticenze come era la situazione, i rischi, le contaminazioni di massa in Ucraina, Russia e Bielorussia, i rilevamenti di radioattività a livelli spaventosi anche a distanze considerevoli dalla centrale. Legasov aveva già dovuto combattere le reticenze del suo governo, le censure del KGB. Ora si trovava di fronte alle censure dell’Occidente. Aveva visto e sentito troppo. Aveva combattuto contro i mulini a vento a oriente e occidente della Cortina di Ferro. Alla fine si tolse la vita.

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Valery Legasov, il cavaliere che che combatté contro i mulini a vento.

Questo é ciò che ho scoperto in questi giorni e questo mio scritto é un ricapitolare e strutturare tutte le nozioni che si sono affastellate nella mia testa sul “caso Cernobyl”. Fino a tre giorni fa, quello che sapevo era che nel 1986 era esplosa la centrale, una corrente radioattiva aveva lambito i cieli d’Europa, per un mese non si era più mangiato insalata e i russi avevano vietato di abitare per una zona di trenta chilometri di raggio intorno alla centrale abbandonata, molta gente era stata contaminata ed erano nati bambini deformi. 

Sapevo poco e male. Mi era sfuggito il fatto che le ricadute radioattive della nube avevano colpito in particolare certe zone, a causa delle piogge e dei venti, tra cui il Piemonte, il Friuli e il Lazio in Italia. IMG_7891Mi era sfuggito il fatto che solo dall’anno scorso (2015) si é ripreso a coltivare in certe aree del nord del Galles, in cui la ricaduta radioattiva fu particolarmente pesante e che la Svezia ha continuato a spendere un milione di euro all’anno per il contenimento dei danni relativi al fallout radioattivo di Cernobyl.  Mi era anche sfuggito il fatto che gli altri reattori di Cernobyl hanno continuato a funzionare, e che nel 1991 ci fu un incendio nel reparto turbine del reattore 1,  e l’ultimo venne spento (“decommissioned”) definitivamente nel 2000. Mi era sfuggito ciò che l’articolo di oggi sulla Stampa, a firma Michail Gorbaciov, menziona, tra pensieri e ricordi: dal 1952 ci sono stati almeno 99 incidenti nucleari. Ben conosciuti sono quelli di Three Mile Island in Pennsylvania e Fukushima in Giappone. Personalmente sono a conoscenza di un paio in più negli USA e un altro in Russia. Trovare le documentazioni degli altri “errori” non é semplice. Con il tempo, forse.

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Per un gioco di correnti atmosferiche, di piogge e di venti, vi é una zona tra il parco del Mercantour e quello dell’Argentera con alta contaminazione radioattiva da isotopi di cesio. (Tondo rosso al centro della mappa)

 

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Foto tessera di alcuni liquidatori. Di una gran parte di loro non esistono documentazioni
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Dei quasi 700000 liquidatori, 32000 provenivano dal Kazakhstan. Nel 2004 ne rimanevano 6000 ancora vivi.
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Ogni pezzo di macerie era una piccola bomba nucleare.
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Liquidatori, ovvero i Morituri.
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Ancora un’immagine della città fantasma di Pripyat. Sullo sfondo, la centrale di Chernobyl. A fianco della centrale, il nuovo sarcofago che é stato applicato sopra il vecchio, ormai pieno di pericolose crepe con perdite radioattive. La ciminiera é stata abbattuta.

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Da queste tabelle sugli effetti della contaminazione, si deduce che chiunque sia esposto a 30 Gray di radiazione per ora di esposizione e oltre, morirà in uno o due giorni. Pompieri, ricognitori e liquidatori inizialmente furono esposti a oltre 130 Gray per ora. 

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