La Bacchetta e la Svastica

Quando, da ragazzino, la paghetta settimanale mi fu alzata, incominciai ad avere soldi abbastanza per comperarmi dei dischi. Si era nella prima metà degli anni 70 ed erano ovviamente di vinile. Il primo disco che comprai, se la memoria non mi tradisce, fu la collezione delle ouverture di Beethoven, incisione della Philarmonia Orchestra, diretta da Otto Klemperer. La titolare del negozio di dischi mi assicurò che era un’ottima versione delle ouverture beethoveniane, e che Klemperer era un grande direttore. E non c’era dubbio che fossero dirette in maniera magistrale. La negoziante mi disse che le pareva di aver letto da qualche parte la notizia della recente scomparsa del grande direttore d’orchestra, che effettivamente chiuse per sempre gli occhi il 6 giugno del 1973.IMG_0593

Klemperer era destinato a una liscia carriera di successi direttoriali. Nato nel 1885 a Breslavia (oggi Wroclaw, Polonia) da genitori praghesi, prese il diploma presso il Conservatorio Hoch di Francoforte e poi all Conservatorio Stern di Berlino. Nel 1905 conobbe Gustav Mahler, di cui divenne amico, tanto che Mahler non ebbe problemi a raccomandarlo presso l’orchestra dell’Opera Tedesca a Praga. Da quel momento Klemperer si fece ben conoscere ed ebbe occasione di dirigere le orchestre di Amburgo, Brema, Colonia, Wiesbaden, e la Kroll Orchestra di Berlino, fino al 1933. E poi le cose cambiarono, perché Otto Klemperer era ebreo.
E come tanti altri, decise lasciare la Germania.

Pensare che artisti, poeti o musicisti – per non parlare di quella figura mitologica che é l’intellettuale – possano essere moralmente al di sopra del resto del genere umano é un peccato d’ingenuità piuttosto grossolana. Equivale all’affermazione indignata della vecchia zia: “Come fa uno con la laurea a comportarsi in quel modo?”
Un esempio triste fu il comportamento dei maestri della musica in Germania e successivamente in Austria, dall’avvento di Hitler, nel 1933. Tale comportamento non terminò con la resa della Germania nel 45, ma si protrasse per anni anche dopo la fine della guerra.

Il primo a saltare fu il direttore d’orchestra Bruno Walter. Una bella sera, poco prima di iniziare un concerto all’auditorium di Lipsia, Walter fu informato che se avesse insistito a voler dirigere l’orchestra, alcuni patrioti un poco facinorosi avrebbero potuto non trattenersi dal bruciare l’intero auditorium. In realtà erano voci fatte circolare a bella posta dal Ministero della Propaganda del Reich, cioè da Josef Goebbels, come riporta lo storico Saul Friedländer.

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Bruno Walter

Walter lasciò non solo l’auditorium di Lipsia, ma la Germania. Il concerto però non fu cancellato. Venne chiamato il direttore di riserva, Richard Strauss, e la serata ebbe il suo corso.

Questo scandalo non passò sotto silenzio. Oltralpe, qualcuno la prese molto male. Arturo Toscanini, saputo l’accaduto, notificò immediatamente che non avrebbe partecipato al Festival di Bayreuth.
Anche Otto Klemperer, ebreo come Walter, fu costretto all’esilio. Il quotidiano Frankfurter Zeitung disse che erano scomparsi dalla scena a causa delle crescenti ostilità verso i  “bancarottieri dell’arte ebrei”.

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Fritz Busch

Fritz Bush, direttore dell’Orchestra dell’Opera di Dresda, era invece “ariano”. Ma aveva troppi amici ebrei, che si ostinava a difendere, Era anche il suocero del pianista Rudolf Serkin, un ebreo. La direzione artistica del teatro ne richiese il licenziamento, e la ottenne. Il direttore Karl Böhm si affrettò a prenderne il posto.
E a proposito di Serkin, proprio in quel periodo correva il centenario della nascita di Johannes Brahms. La Filarmonica di Amburgo aveva redatto un programma per onorare il compositore. Hitler, che amava la musica classica, fece sapere che sarebbe stato lieto di partecipare al festival, purché non vi fossero musicisti ebrei. Immediatamente, senza banfare, la direzione artistica accettò. Tutti i musicisti ebrei furono cacciati, e tra questi, Rudolf Serkin.

E gli altri, i non-ebrei?
Restarono quasi tutti. Fino alla fine. Karl Böhm, Wilhelm Furtwängler, Walter Gieseking, Herbert von Karajan, Eugen Jochum e Richard Strauss non si mossero e continuarono a suonare per il Reich.

Un nuovo libro di uno storico della musica (Fritz Trümpi, L’Orchestra Politica: La Filarmonica di Vienna e di Berlino durante il Terzo Reich) toglie il velo a tante buone intenzioni. Tra i pochi che lasciarono la Germania tra i non-ebrei ci fu il compositore Paul Hindemith. La sua rinuncia però fu motivata da problemi personali di critica alla sua opera da parte dei gerarchi nazisti, più che da solidarietà verso musicisti caduti in disgrazia.

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Whilelm Furtwängler

Furtwängler fu un caso a parte. Non aveva nessun bisogno dei potentati nazisti per far carriera, poiché era già un divo all’insorgere del nazismo. Non solo era un fine culture di tutte le forme d’arte, ma nella direzione musicale era quello che si dice un assoluto talento naturale. Anche chi criticava con furia la sua scelta di non lasciare la Germania, come Toscanini, aveva pochi dubbi sul fatto che fosse il migliore di tutti. Non fece mai carriera, a quanto mi consta, alle spalle di qualcuno. Quando Bruno Walter fu cacciato dalla Leipzig Gewandhaus Orchestra nel 1933 i nazisti pensarono di rimpiazzarlo con Furtwangler, che rifiutò sdegnato. Alla fine quel posto fu riempito da Richard Strauss. Furtwangler rincarò la dose scrivendo una lettera al ministro Goebbels scaricando tutto il suo sdegno nei confronti delle azioni antisemite del governo. A questa lettera seguirono altre prese di posizioni pubbliche pro-ebrei, tanto che pare che il poco paziente capo delle SS Heinrich Himmler ritenne che forse un periodo in campo di concentramento sarebbe stato utile per il grande direttore. Goebbels e Goering si opposero. Per la stagione 33/34 invitò alcuni grandi solisti ebrei, come Yehudi Menuhin, Artur Schnabel, o noti antifascisti, come Pablo Casals.

Nel 34 si mise nuovamente nei guai, attaccando apertamente su un giornale il mobbing nazista nei confronti di Hindemith, che era finito nella lista nera nazista dei produttori di “arte degenerata”.

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Paul Hindemith

Non contento, Furtwangler presentò e diresse in un concerto un famoso pezzo di Hindemith, Mathis der Maler, che era stato proibito dal regime. L’atteggiamento ribelle gli costò la cancellazione di una serie di cariche pubbliche che aveva accettato nella speranza di poter difendere meglio la causa della musica, e dei musicisti di razza ebraica. Fu questo l’unico momento in cui il direttore pensò seriamente di lasciare il suo paese. Ma Goebbels, che aveva mangiato la foglia, gli fece arrivare dei messaggi di stampo mafioso, qualcosa tipo “se lasci, non potrai mai più tornare, e ci saranno danni collaterali alla tua famiglia e ai tuoi protetti”.
Per lungo tempo protesse i musicisti ebrei tra i Berliner Philarmoniker, continuò a manovrare contro le leggi razziali implementate nella musica, si rifiutò, non sempre con successo, ma mai per suo diretto consenso, a diventare un mezzo di propaganda del nazismo. Non prese mai la tessera del partito, non usò mai il saluto nazista, non voleva vedere bandiere con la svastica nelle sale concerto dove dirigeva lui (regolarmente si rifiutò di salire sul podio se ne vedeva una in sala). Almeno un paio di volte ci furono scontri diretti, a faccia a faccia, con Hitler. Quando non poté più lottare per impiegare i musicisti ebrei, li aiutò, ove ne fu in grado, a lasciare il Reich.

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Yehudi Menuhin

Almeno uno, Yehudi Menuhin, di sicuro gliene fu grato e testimoniò in suo favore dopo la guerra. Fu anche sospettato di connivenza con i congiurati dell’attentato a Hitler del 20 luglio del 44 a Rastenburg. Eppure rimase fino alla fine e fino alla fine diresse orchestre all’interno del Terzo Reich.
Approvò, per questo motivo, almeno inizialmente, l’annessione dell’Austria alla Germania (e probabilmente dei Sudeti). Ma quando si rese conto che il governo nazista voleva asservire la tradizione musicale austriaca a quella tedesca, si mise disperatamente a lavorare per mantenerla indipendente.
Alla fine, proprio per aver creduto nel potere di redenzione della musica, la sua capacità di comunicare valori umani universali, al di sopra delle lotte politiche e partitiche, continuò a servire anche la causa del Terzo Reich. “L’essere umano viene liberato ogni qual volta Wagner o Beethoven viene suonato, e se non sono già liberi, lo diventeranno nell’ascoltare queste opere”.  Ovvero Beethoven macht frei. Ma la grande musica tedesca  venne usata nei lager e nelle campagne dell’Est Europa per coprire la fucileria delle esecuzioni di massa, condividendo la fine orribile dei perseguitati. E quando non gli riuscì più di usare la sua influenza, i musicisti ebrei che avevano eseguito Beethoven e Wagner incominciarono a sparire, le loro sedie subito occupate da sostituti ariani.

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Furtwängler con i Wiener Philarmoniker

Forse un accenno all’emigrazione coatta dei colleghi ebrei scaturisce in questo paragrafo, tratto dal discorso commemorativo per il centenario della Filarmonica di Vienna (1942):
“Mi dicono che i viennesi di nascita non abbandonano mai Vienna, a meno che non vi siano inesorabilmente costretti. Forse dobbiamo a questa circostanza, se Vienna é stata fino ad oggi in condizioni di formare e conservare una simile orchestra di ‘residenti’ “ Furtwangler era convinto che il suo lavoro fosse quello di difendere la musica e l’arte dall’interno di quella terra germanica caduta in mano ai barbari. Goebbels pensava che fosse un grandissimo, ma come quasi tutti gli artisti, un tremendo ingenuo.
E purtroppo,  aveva ragione. Pensando di fare la cosa giusta, fu usato dal nazismo e di questo in qualche modo si rese complice. Scelse la strada più rischiosa. Nazionalista della musica, venne ridotto a vessillo del nazionalismo hitleriano.  Alla fine salvò la pelle, ma non la reputazione.

Quando, dopo la guerra, nel 1949, gli fu offerta la direzione della Chicago Simphony Orchestra, ci fu una sollevazione e fu boicottato da Arturo Toscanini, George Szell, Vladimir Horowitz, Arthur Rubinstein, Isaac Stern e Alexander Brailowsky. Soltanto Menuhin attaccò gli “insorti”, affermando che per molti il vero motivo di tale posizione era quella di eliminare l’ingombrante presenza musicale di Furtwangler dal Nord America.

Meno provocatoriamente, meno apertamente, anche Richard Strauss non accettò passivamente l’attacco agli ebrei nella musica, e si trovò, poco dopo l’ascesa di Hitler, in mezzo ai giochi di potere di due alti gerarchi.

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Richard Strauss

Il controllo della cultura nell’ambito del Reich interessava sia Josef Goebbels, ministro della propaganda, sia Alfred Rosenberg, filosofo e teorico del nazismo. Dal momento che le decisioni finali dipendevano sempre dal Führer, ognuno dei due gerarchi faceva grandi sforzi per accaparrarsene l’appoggio. Hitler, dal canto suo, aveva dimostrato una certa preferenza per Goebbels. Ma quest’ultimo aveva mostrato una debolezza. Rosenberg scoprì che Richard Strauss, ammirato da Goebbels, aveva composto un’opera, La Donna Silenziosa, affidando la stesura del libretto allo scrittore ebreo Stefan Zweig. Ed era riuscito anche a far passare tale scandalo sotto il naso di Hitler, che aveva dato luce verde per una prima rappresentazione al teatro dell’opera di Dresda. Rosenberg attaccò Goebbels e Strauss, ma la svolta la diede la Gestapo, che intercettò una lettera dello stesso Strauss, in cui confessava di aver accettato la presidenza della Camera della Musica del Reich solo per cercare di limitare i danni causati dal regime. Risultato: Strauss perse immediatamente tale carica, e la sua Donna Silenziosa venne cancellata messa al bando.
Il processo di degiudaizzazione, racconta lo storico Friedländer, non poté essere né contenuto né tantomeno bloccato da nessuno. Fuggivano i direttori d’orchestra ebrei, gli orchestrali e i solisti, i cantanti, e i compositori (Arnold Schoenberg, Kurt Weil, Franz Schreker). Le opere di grandi musicisti ebrei vennero eliminate (Mendelssohn, Offenbach, Mahler). Gli oratori di Handel legati all’Antico Testamento vennero arianizzati: da “Judas Maccabeus” si trasformò in “Il Feldmaresciallo: Un Dramma di Guerra”.
Vi fu un favoritismo degno di nota, come sottolinea Friedlander. Dopo l’annessione dell’Austria, i nazisti scoprirono che Johann Strauss, il compositore dei grandi valzer viennesi, aveva diversi parenti ebrei. Metterlo al bando apparve inappropriato, così si limitarono a far sparire il suo certificato di nascita dall’anagrafe di Vienna.
Con Mozart, la tragedia dell’arianizzazione prese una forma farsesca. Si scoprì che Lorenzo Da Ponte, il librettista delle Nozze di Figaro, Così Fan Tutte, e Don Giovanni aveva origini ebraiche. Siccome esisteva una versione in tedesco delle tre opere, l’originale italiano fu proibito. Le opere vennero recitate in tedesco finché qualcuno non fece notare che il traduttore era Hermann Levi, direttore d’orchestra, ebreo. Siegfried Anheiser, produttore di spettacoli presso il teatro di Colonia, s’incaricò di portare a termine la nuova traduzione. Ma non fu abbastanza. Occorreva avere un sistema per decodificare e discriminare tra tedesco ariano e tedesco ebreo. Furono redatti due trattati: il Judentum in Der Musik A-B-C, e il Lexikon der Juden in Der Musik, affinché chiunque potesse scovare eventuali contaminazioni ebraiche dei testi.
Mentre il processo di arianizzazione, o de-giudaizzazione, si dimostrò un tragico successo, il processo post bellico di denazificazione prese un ritmo più flemmatico.

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Herbert von Karajan

I Berliner Philarmoniker ricevettero un discreto processo di scrematura dai componenti nazisti, con qualche eccezione, la più notevole delle quali fu Herbert von Karajan, successore di Furtwangler alla direzione dell’orchestra, fino alla sua morte, avvenuta nel 1987. Karajan prese la tessera del partito nazista a Salisburgo nel 1933, e certamente fu più per avanzare la sua carriera che per fede nazista. Rimase però nel Reich fino alla fine della guerra, mettendosi in mostra e accettando incarichi e nomine varie, mentre altri direttori non ebrei, come il già menzionato Bush, o Erich Kleiber, preferirono emigrare e ricominciare altrove.
Per i Wiener Philarmoniker il problema fu anche maggiore. Questa grande orchestra, seppur avesse molti più ebrei di quella dei Berliner (nel 1932 ce n’erano quattro), era un’istituzione più chiusa e meno dinamica, legata ai sussidi governativi e ad un assetto e una politica di gestione estremamente conservatrice. Tale tendenza si rispecchiava anche nelle attitudini dei componenti dell’orchestra. Dopo l’annessione dell’Austria alla Germania molti incominciarono ad iscriversi al Partito Nazista. Nel 45 quasi il 50% degli orchestrali avevano la tessera del partito (60 su 123), assai più dei Berliner (20%).

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Arnold Rosé

Il primo violino dei Filarmonici di Vienna, Arnold Rosé, era un ebreo. Era anche il cognato del già citato Gustav Mahler, il grande compositore (ebreo) austriaco, nonché direttore della Filarmonica di Vienna. Il suo ultimo concerto presso l’orchestra di cui aveva fatto parte per 56 anni fu il 12 marzo del 1938, il giorno dell’Anschluss. Fu in grado di rifugiarsi in Inghilterra. La sua unica figlia non fece in tempo, e morì ad Auschwitz. Quello che prese il suo posto, Julius Stwertka, morì invece a Terezin. Altri cinque membri dell’orchestra morirono in campi di concentramento, due durante disordini anti-ebraici e repressioni nelle strade di Vienna. Nove furono esiliati, undici considerati mezzi ebrei o sposati ad ebree continuarono a suonare nonostante le minacce reiterate.
Il numero di membri volontari del partito nazista presente tra i Wiener era incredibilmente alto anche se paragonato alla società austriaca intera, ma l’orchestra di Vienna rimase quello che era, anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Nel ‘46 Rosé fu contattato dai Wiener e fu invitato a riprendere il suo posto nell’orchestra. Rosé rifiutò, sottolineando che nell’orchestra c’erano ancora 56 nazisti (nello stesso anno tra i Berliner se ne contavano sei). Tuttavia mancava, quell’anno, il più entusiasta tra i filarmonici nazi: Helmut Wobisch.

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Helmut Wobisch

Chi era Wobisch? Trombettista filarmonico, aderì al partito nazista austriaco nel 1933 ed entrò nel corpo delle SS nel 34. In quello stesso anno partecipò al tentato colpo di stato nazista in Austria, che risultò nell’assassinio del cancelliere Engenbert Dollfuss. Sopravvisse alle successive purghe del governo austriaco, ma dopo l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista divenne anche informatore della Gestapo.
Il maestro delle trombe fu incarcerato per qualche anno. Rilasciato nel 1950, tre anni dopo era di nuovo ai Wiener Philarmoniker, ma non come trombettista. Fu nominato direttore amministrativo della Filarmonica.
Wobisch mantenne tale carica fino alla fine degli anni 60. Tutti i direttori che in quel periodo ricevettero l’invito a dirigere i Wiener Philarmoniker furono invitati da Wobisch, compreso Leonard Bernstein, ebreo americano, che lo chiamava, più o meno scherzosamente “il mio caro nazista”, confessando, come attesta una lettera da lui scritta a Georg Solti – ungherese, direttore della Chicago Simphony Orchestra, di origini ebree, allievo di Belà Bartok, costretto a fuggire le persecuzioni dei fascisti magiari nel 38 – che Wobisch era uno dei pochi veramente degni di fiducia tra i filarmonici di Vienna, anche e nonostante il suo ben noto passato politico.

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Helmut Wobisch con Leonard Bernstein

Ma quel passato era il passato dell’orchestra dei Wiener. Il famoso concerto di Capodanno della filarmonica di Vienna, ancora oggi trasmesso in mondovisione, fu introdotto nel 39 dall’orchestra come forma di propaganda della razza superiore germanica. Nel 42, l’orchestra offrì un regalo, si direbbe un segno di grande di devozione, un anello onorifico, al gauleiter (governatore nazista) di Vienna, Baldur von Schirach.
Durante il Processo di Norimberga, von Schirach fu condannato a vent’anni di reclusione. Forse durante quel periodo, perse l’anello dei Wiener Philarmoniker. Dopo la sua scarcerazione, Wobisch venne a sapere di tale perdita e, a titolo personale – non come rappresentante dell’orchestra – fece forgiare una replica dell’anello e lo regalò all’ex gauleiter, uomo che aveva coordinato la deportazione di migliaia di ebrei austriaci.

Arnold Rosé e il suo personale Stradivari non tornarono mai più a suonare per l’orchestra di Vienna, e solo recentemente, nel 2007, afferma lo storico Fritz Trümpi, la filarmonica ha aperto i suoi archivi e iniziato a confrontare più seriamente il suo passato.

Mentre la maggior parte degli artisti del cinema tedesco, così come la gran parte degli scrittori, pittori e artisti figurativi lasciarono la Germania nazista, gli esecutori della musica classica per la gran parte rimasero. La grande musica austro tedesca era una  un  faro che proiettava la sua luce sul mondo e i nazisti ne erano ben consci.

Finché ci si limitava a reinterpretare i grandi classici (ma Richard Strauss, grazie al suo genio creativo, era l’unico che fosse in grado di rimanere legato alle armonie classiche, proponendo allo stesso tempo concetti innovativi), era possibile essere spinti dalla propaganda tedesca. Bastava non far caso alla sparizione improvvisa del collega, e della sua famiglia. Un fenomeno non certo invisibile, nell’ambito di un’orchestra.

 

 

 

Guido Valobra De Giovanni

4 pensieri riguardo “La Bacchetta e la Svastica

  1. Bravo. Senza giri di parole.

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  2. Grande Guido, bello il racconto e i dettagli!

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