I Seguaci di Jorge

(Originariamente pubblicato il 15 Gennaio 2015, in seguito alla Strage di Parigi)

In un breve racconto, Borges narra la storia del filosofo arabo Averroé, nel periodo della sua vita in cui si dedicò alla faticosa trascrizione critica delle opere di Aristotele. Un bel giorno, nella sua casa di Cordova, chino sui manoscritti della Poetica, s’imbatte in due termini di cui non riesce a comperndere il significato: tragedia e commedia.

AL ANDALUS    Quel giorno, per un caso curioso, durante una piacevole chiacchierata con amici, tra cui un mercante che si vantava di aver raggiunto i confini della Cina, si apre una discussione su popoli lontani, genti che avevano l’usanza di imitare uomini che non erano loro stessi, rappresentavano azioni che non stavano realmente compiendo, né avrebbero potuto, dal momento che i limiti fisici del luogo della rappresentazione non avrebbe permesso una versione “reale” di tali azioni. Il dotto filosofo si domandava per quale strano motivo quella gente sentisse il bisogno di rappresentare quello che non erano, di fingere ciò che non esisteva. Non aveva mai sentito parlare di teatro, non poteva avere idea di quello che potesse essere una rappresentazione visiva di qualcosa. Una rappresentazione mentale, quella sì, come erano in grado di evocare i grandi poeti dell’Islam che erano venuti prima di lui. E così Borges gli fa scrivere, come chiosa personale alle parole del filosofo greco:

“Aristù (Aristotele), chiama tragedia i panegirici e commedia le satire e gli anatemi. Mirabili tragedie e commedie abbondano nelle pagine del Corano e nelle iscrizioni del Santuario”.

Fu quando andai a visitare, prima la grande Moschea di Cordova, e poi la fortezza dell’Alhambra di Grenada, che mi resi conto – di persona – del fatto che Averroé, come i suoi contemporanei, non poteva avere idea di cosa Aristotele trattasse nella sua Poetica. Sapevo che la rappresentazione sotto qualsiasi forma del Profeta e di Allah fosse – ed é – strettamente proibita. Ma mi accorsi che in quei luoghi non esisteva, da nessuna parte, alcuna rappresentazione dell’umano. Di nessun umano. Non dico nella moschea, luogo di culto, ma nemmeno nella cittadella dell’Alhambra, nessun ritratto dei sultani del Sultanato di Cordova, nessun ritratto di nemici battuti e conquistati, nessun ritratto di filosofi o poeti, nulla. Le finissime, meravigliose decorazioni delle sale, dei corridoi, delle stanze non avevano niente che rappresentasse l’uomo (e men che meno la donna).

http://www.flickr.com/photos/montse-poch/5380416708/

Dove vi erano pitture, erano arabeschi meravigliosi, o versi del Corano.

Sala de las dos hermanas

Il racconto-sogno di Borges su Averroé aveva quindi un fondamento storico reale. Sono ambienti che lasciano senza fiato, con la mandibola pendula, come il bosco delle colonne della Moschea di Cordova. Ma nulla di quanto si vede ha il compito di intrattenere, nel senso anglosassone del termine: entertainment. Si tratta di un ordine decorativo troppo complesso perché si se ne possano comprendere tutti i motivi, o un ordine matematico assoluto, come il colonnato della moschea, o le frasi del Libro Sacro, quell’unico libro sacro, scritte e riscritte, all’infinito. Non vi é nulla che ispiri il sorriso, men che meno la satira. Si prova ammirazione, soggezione, rispetto. Come di fronte alle cattedrali gotiche dei Cristiani – che invece non mancavano di rappresentazioni del divino in forma umana, seppur in affreschi o vetrate altissime, inavvicinabili.

Sagra di San Michele

Nel mondo gotico del Nome della Rosa, il romanzo di Umberto Eco, il mistero volteggia intorno ai libri, e in particolare al secondo libro della Poetica di Aristotele, ancora una volta. Il vecchio bibliotecario dell’immensa biblioteca di quell’abbazia del XIII secolo, scopre che il filosofo di Stagira, il padre del sapere dell’uomo, il massimo filosofo, come era considerato allora, scrive un elogio del riso. Ipse dixit, dunque, ma il riso annulla la paura, e su questo allora si fondava il timor di Dio nel mondo cristiano: sulla paura. Quindi il bibliotecario, Jorge de Burgos (ancora una città spagnola, di una Spagna che allora era ancora in parte sotto il dominio musulmano), teme che, se quel libro verrà reso pubblico, l’ordine della Chiesa, la reverenza tremebonda delle genti di fronte al Dio biblico, potrebbe andare perduto, e per sempre. Il riso è contrario al rispetto di fronte alla sofferenza del Cristo. Irrispettoso, corrode la paura, genera dubbi su coloro che ti impongono la loro verità come unica verità.

“Temi Adso” ammonisce il protagonista del romanzo, Guglielmo da Baskerville “i profeti e coloro disposti a morire per la verità, che di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talora al posto loro.”

Jorge ha compiuto un’opera diabolica, perché amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei suoi fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini é di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità é imparare a liberarci dalla passione insana per la verità”.

Sala de los mocàrabes-Alhambra

La ricerca di Averroé, per quanto mossa da sincero desiderio di conoscenza, é dunque destinata a rimanere monca, incompiuta, e alieno rimane ai suoi occhi il significato di quelle parole contenute nel Primo Libro della Poetica. Sappiamo che con fatica e fiumi di sangue il Cristianesimo si é evoluto. Sono sempre meno coloro che leggono le Sacre Scritture letteralmente, e impongono una legge di verità assoluta basandosi su tali libri – anche se recenti indagini Gallup sembrano dimostrare che negli Stati Uniti siano in aumento coloro che prendono letteralmente i lettori della Bibbia. Il mondo occidentale ha imparato ad essere tollerante di molte verità, e di trattarle tutte con una certa irriverenza e quindi, di tenerle tutte in considerazione. Non così il mondo musulmano, che pare trincerarsi sempre di più dietro una dottrina inflessibile che predica un’unica verità, quella del loro libro sacro fondamentale.

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E come ammoniva Fra Guglielmo da Baskerville, sono pronti a morire per quella verità, e a far morire moltissimi con loro. Sempre di più si scoprono “figli e seguaci” di Jorge de Burgos, mentre per loro i seguaci della Poetica di Aristotele sono nemici, incompatibili con la loro Verità. Tuttavia, anche l’occidente dei figli di Guglielmo da Baskerville, proprio perché difende tutte le possibili verità, che è fatica molto più grande per lo spirito umano (la libertà è molto più faticosa della vita in catene), da diversi decenni ormai é, ancora una volta, intaccato dai nemici del riso.

Nel 1993 esce in Francia un saggio di Milan Kundera intitolato – in italiano – I Testamenti Traditi. Nel secondo capitolo affronta un problema – allora molto recente – che, come altri, non era riuscito a digerire. Nel 1988 usciva nelle librerie d’Europa I Versetti Satanici, opera dello scrittore britannico Salman Rushdie, nato in India da famiglia musulmana, amico personale di Kundera. Il libro diventerà famoso non per le sue innegabili qualità letterarie ma per la persecuzione che l’allora capo spirituale dell’Iran, l’ayatollah Khomeini, ordinò contro Rushdie e contro chiunque avesse a che fare con la pubblicazione del libro.

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Khomeini morirà nel luglio del 1989, ma il risultato della maledizione dell’ayatollah purtroppo continua a tutt’oggi. Nel 1993 il traduttore italiano del libro (Ettore Capriolo), venne pugnalato in casa sua da un fanatico; pochi mesi dopo il traduttore giapponese (Hitoshi Igarashi) venne ucciso a Tokyo; nell’autunno dello stesso anno, l’editore norvegese (William Nygaard) del romanzo di Rushdie, fu colpito dalle pallottole di un altro giustiziere khomeinista. Capriolo e Nygaard sopravvissero, e sopravvive a tutt’oggi anche Rushdie, seppur condannato ad una vita sotto scorta, dal 1988 al 2015. Milan Kundera ebbe il coraggio di far notare la piaggeria dell’occidente, in particolare dell’Europa, di fronte al mondo musulmano:

“Con misteriosa unanimità (ho potuto constatare l’identica reazione in tutto il mondo) i letterati, gl’intellettuali, i frequentatori di salotti letterari hanno snobbato questo romanzo, decidendosi una volta tanto a resistere alle pressioni pubblicitarie e rifiutandosi di leggere quello che giudicavano un prodotto creato espressamente per suscitare scalpore. Hanno firmato tutte le petizioni a sostegno di Rushdie, ma al tempo stesso hanno trovato elegante dire, con un sorrisetto di condiscendenza: ‘Il libro? Per carità, quello non l’ho letto!’. Gli uomini politici hanno sfruttato a modo loro questo ‘stato di disgrazia’ di uno scrittore che apprezzavano assai poco. Non dimenticherò mai la virtuosa imparzialità che ostentavano all’epoca: ‘Noi condanniamo la sentenza di Khomeini. Per noi la libertà di espressione é sacra. Ma non possiamo anche non condannare questo indegno e vile attacco contro la fede, che costituisce un oltraggio all’anima dei popoli’. Proprio così: nessuno metteva più in dubbio che Rushdie avesse attaccato l’Islam, poiché solo l’accusa era reale: il testo del libro non contava più nulla, non esisteva più. […] In tutta questa brutta storia, non è la sentenza di Khomeini (risultato di una logica atroce ma coerente), bensì l’inettitudine dell’Europa a difendere e a spiegare (a se stessa e a gli altri, con pazienza) l’arte più europea, quella del romanzo, a spiegare e a difendere, in altre parole, la propria cultura.”

L’Europa, prosegue Kundera, ha abbandonato se stessa. Ma l’attenzione del romanziere ceco é rivolta, nel capitolo citato, all’invenzione dello humour. Un’invenzione moderna, come sottolinea il poeta messicano Octavio Paz, una vittoria dello spirito umano generato in Europa, intuìto dagli antichi greci, ripreso alla fine dei secoli bui medievali, nuovamente osteggiato (la persecuzione di Rableis da parte dei difensori della correttezza del ‘500), ristabilito ai tempi di Cervantes. Il riso, che Eco fa difendere da Aristotele, ha messo alle corde gli Jorge de Burgos in un moto storico ondulatorio. Nessun dittatore, nessun Solone ama lo humour e il suo fratello più scapestrato, la satira. Fa sorridere, o ridere di tutto ciò che riguarda l’umano. Freud osservava che “l’umorismo non è rassegnato ma ribelle, rappresenta il trionfo non solo dell’Io, ma anche del principio del piacere, che qui sa affermarsi contro le avversità delle circostanze reali”.

Chiunque richieda sacrifici per un assoluto pretende l’annientamento dell’Io. Chiunque cancelli ogni forma di rappresentazione, sia pur blasfema o oscena, cancellando, di conseguenza, non solo il diritto alla critica e al dissenso, ma anche il mero concetto che critica e dissenso possano esistere (ricordate che l’ateismo e l’agnosticismo nel mondo musulmano non sono nemmeno concepiti), cancella la libertà, ovvero l’essenza dell’umano. In quell’anno 1988 l’Europa (e con lei tutti i paesi occidentali) ha incominciato nuovamente a vacillare. Kundera riporta una seconda volta, con amarezza e come monito, il grande scrittore messicano:

“Ma lo humour, per citare ancora Octavio Paz, ‘é la grande invenzione dello spirito moderno’. Non esiste da sempre, né per sempre esisterà.”

Temi, Adso…

Guido Valobra de Giovanni

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