Non Essere

Domenico Quirico sul giornale “La Stampa” di oggi, 27 ottobre, commenta una storia riportata da Khaled Fouad Allam nel suo saggio “Il Jihadista della porta accanto”. E’ la storia di un proto-jihadista, un ragazzo franco algerino ucciso a Lione in uno scontro con la polizia.
Costui avrebbe potuto diventare un qualche tipo di professionista, un tecnico, un commerciante. Invece è diventato un ladro, un bandito, convertito all’Islam in prigione, la scoperta di una falsa spiritualità – nel caso specifico – che ha dato un senso, un verso, e un bersaglio alla sua rabbia e al suo desiderio di rivolta, ma anche carta bianca, da un punto di vista morale, per sfogare gl’istinti più selvaggi dell’essere umano.
Ma non si tratta solo di questo. L’Islam era per lui, come per i jihadisti di oggi, una nuova ed accogliente famiglia. Una famiglia larghissima, un immenso klan che rimpiazza la famiglia che quasi tutti i giovani, ad un certo punto della loro adolescenza o giovinezza, sentono lontana e incomprensibile, oppure inesistente, e spesso a ragione. Di questa fragilità le forze più abbiette della società se ne approfittano immediatamente. La società “per bene” ti lascia indietro, ti fa sentire inadeguato, soffia sui tuoi sogni tanto forte da farli volare lontano, così lontano da rimpicciolirsi fino a divenire invisibili? Noi no, noi abbiamo altre strade, motivazioni forti e semplici, e ti presenteremo tanti come te che ci hanno seguito.

Emarginazione
Se ne approfittavano i gruppi estremisti e terroristi di destra e di sinistra della mia adolescenza (un tragico scenario presentato con bravura nel film “Mio Fratello é Figlio Unico”, di Daniele Luchetti), se ne approfitta il crimine organizzato, in tutto il mondo, specie nei momenti di crisi – un esempio tragico è il destino della Federazione Messicana, dopo la crisi economica che che ne distrusse la già fragile economia a metà degli anni 90, da allora divenuta campo di battaglia dei cartelli della droga.
La stessa cosa accade nelle aree povere delle grandi città, specie in quelle americane, dove le gang di strada diventano la nuova casa di ragazzi sbandati, senza nessuna speranza di diventare qualcuno salvo tra i coscritti delle bande.
Quando ero a Los Angeles e lavoravo per il Dipartimento della Salute Mentale della Contea omonima, mi capitarono un paio di questi ragazzi. Uno era un colombiano diciottenne, giunto a Los Angeles con la famiglia cinque o sei anni prima, emarginato a scuola – dai compagni, anche dai latinos come lui, poiché non nato negli Stati Uniti, e quindi con un’altra cultura, un accento straniero. Con lui mi riuscì di creare un ponte emotivo e cognitivo di comunicazione che contribuì al suo buon inserimento. Finì le superiori e si mise a studiare presso un college con successo.
Il secondo, un poco più giovane, aveva dei gravi difetti di apprendimento e un tartaglìo piuttosto grave. Avevo stabilito un rapporto sincero con lui ma non bastò. Madre e padre lavoravano tutto il giorno e a lui divenne chiaro, ben presto, che non sarebbe mai arrivato a nulla attraverso la via dello studio. Io e il mio team provammo in modi diversi, ma non rappresentavamo quello di cui lui aveva più bisogno, che non era solo rispetto, ma protezione e senso di contare qualcosa per quello che poteva fare, almeno in quel momento, e che noi non fummo in grado di comprendere. E così non fummo neppure in grado di indicargli una strada più appetibile. Io diventavo il confidente delle sue e mie sconfitte. Prima arrivò il tatuaggio MS13, che sta per “Mara Salvatrucha”, un’organizzazione mafiosa di latinos, mentre il 13 rappresenta la tredicesima lettera dell’alfabeto, la M, come in mafia. Poi mi mostrò, con orgoglio, il video in cui gli altri membri della gang lo pestavano, la cerimonia ufficiale d’iniziazione. Non era un pestaggio particolarmente cattivo. Solo qualche livido. Ma com’era contento mentre mi mostrava quelle immagini sul suo telefonino. Adesso quei ragazzi li chiamava con orgoglio “i miei homey”, parola derivata da “home”, la casa vista come il luogo salvifico della propria famiglia.
E così gli imam estremisti reclutano questi ragazzi arrabbiati, come i signori della droga, o addirittura i giovani vanno a cercarli, nella loro rabbia per essere stati generati in un mondo dove non possiedono più nessun valore come singoli, vanno verso di loro attraverso i social media, per dare un senso comunitario – tragicamente distorto – a quello che è stato, finora, il loro doloroso, individuale senso di non essere.

Guido Valobra de Giovanni

Tel. 366 532 4163 – g.psy@mac.com

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